Diocesi di Vicenza
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(Vicenza , chiesa cattedrale, 1 novembre2019)
SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI
(Vicenza , chiesa cattedrale, 1 novembre2019)








Carissimi fratelli e sorelle,

consacrati e consacrate,

canonici, sacerdoti, diacono,

amici ascoltatori di Radio Oreb.

 

La festa di tutti i Santi è una festa di grande gioia. Non ricordiamo soltanto i santi riconosciuti della chiesa, canonizzati, ma anche i tantissimi, uomini e donne, che si sono aperti alla grazia di Dio, che sono stati docili alla sua volontà, sono vissuti nell’amore, nonostante le faticose prove della vita.

 

La parola “santità” non è tra le parole preferite nel nostro linguaggio comune. Essa suscita forse un po' di ammirazione per qualche figura di santo, che riteniamo una persona eroica, dalla vita e dalle azioni straordinarie, che suscita in noi ammirazione, ma anche timore ed estraneità, tanto ci sembra irraggiungibile la sua vita di santità.

 

Papa Francesco, con la sua esortazione apostolica sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, “Gaudete et exultate” (Rallegratevi ed esultate), ci propone la santità come qualcosa di vicino, di possibile, di ordinario, di bello.

Voglio citare il numero 7 dell’Esortazione perché mi sembra molto significativo:

“Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della chiesa, pellegrinante nella storia. Questa è tante volte la santità ”della porta accanto”, di quelli che vicino a noi sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “la classe media della santità”. I Santi sono uomini e donne belli e felici, che, irradiano una lucente gioia di vivere”.

 

Il Vangelo che abbiamo proclamato oggi ci indica le condizioni per raggiungere la santità. Possiamo considerare le beatitudini come otto vie, otto cammini di santità.

 

Cerchiamo di visualizzare la scena. Gesù si stacca dalla pianura, simbolo della società, dove per dirla con il libro del Qoelet: “Ogni fatica e ogni azione non sono altro che invidia e competizione dell’uomo contro l’altro”.

 

La scala dei valori stabilita in pianura, o anche nella città degli uomini è, a grandi linee la seguente: al primo posto la salute, poi la famiglia, il successo professionale, il conto in banca, gli amici, i viaggi, i divertimenti…Gesù sale sul monte dove i criteri di giudizio e i modelli di vita proposti sono radicalmente diversi: sono quelli di Dio.

 

Oggi, insieme a voi, desidero porre l’attenzione del cuore e della mente sulla prima delle otto beatitudini: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”.

 

È difficile dire in quanti modi è stata interpretata questa beatitudine. Qualcuno l’ha riferita ai mendicanti, ai miseri, agli sfruttati, quasi fossero le persone di cui Dio si compiace e quindi andrebbero lasciati nella loro condizione. Si tratta, evidentemente, di una interpretazione assurda e deviante. Altri ritengono che “poveri in spirito” sono coloro, che pur mantenendo il possesso dei loro beni, sono generosi nell’elargire offerte a chi è meno fortunato.

 

Nei confronti dei beni, Gesù, non ha mai assunto l’atteggiamento di disprezzo, che caratterizzava i filosofi cinici, del mondo greco-ellenistico. Tuttavia, benché non abbia mai condannato la ricchezza, l’ha considerata un pericolo, un ostacolo – insormontabile per molti – a entrare nel Regno dei Cieli. Più una persona è ricca, più beni ha a disposizione, più è tentata di legarvi il cuore, di trattenerli per sé e impiegarli egoisticamente.

 

A chi lo vuole seguire – a chi vuole essere santo – Gesù chiede il distacco totale dai beni: “chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (Lc 14,33). Gesù non esalta la povertà in quanto tale, ma aggiungendo la specificazione “in spirito”, intende riferirsi a coloro che, per libera scelta dello spirito, si spogliano di tutto, e si mettono alla sequela di Cristo povero: un esempio sublime è san Francesco di Assisi.

 

Poveri in spirito sono coloro che decidono di non possedere nulla per sé e mettono a disposizione degli altri tutto ciò che hanno ricevuto. Povero secondo il vangelo non è colui che non possiede nulla, ma colui che non trattiene nulla per sé. Chi ha avuto di più, chi possiede grandi ricchezze, si spende per gli altri, si mette a servizio della società, di chi non ha lavoro, non ha salute, di chi è nel bisogno, costui è un povero in spirito.

 

La promessa che accompagna questa beatitudine non rimanda a un futuro lontano, non assicura l’entrata in paradiso dopo la morte, ma annuncia una gioia immediata: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli”, già da ora, in questa vita terrena.

 

Questa beatitudine non è un messaggio di rassegnazione, ma di speranza: nessuno sarà più bisognoso quando tutti diventeranno “poveri in spirito”, quando metteranno i doni che hanno ricevuto da Dio a servizio dei fratelli, come fa Dio, il Santo che, pur possedendo tutto, non trattiene nulla, dona tutto, anche suo Figlio Gesù.

 

Invochiamo, nel nostro cammino di santità, Maria, che ha vissuto come nessun altro le Beatitudini di Gesù. È la santa tra i santi, la più benedetta, colei che ci mostra la via della santità e ci accompagna.

Regina di tutti i Santi prega per noi!  


† Beniamino Pizziol


Vescovo di Vicenza