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(Vicenza, chiesa Cattedrale, 15 luglio 2019)
SANTA MESSA DI SUFFRAGIO PER SUA ECCELLENZA MONSIGNOR PIETRO GIACOMO NONIS, VESCOVO DI VICENZA, NEL V ANNIVERSARIO DELLA MORTE
(Vicenza, chiesa Cattedrale, 15 luglio 2019)






 

       Sono trascorsi cinque anni dalla morte del compianto confratello vescovo Pietro Nonis. Nel cuore e nella mente di coloro che lo hanno conosciuto, continuano a rimanere impressi il suo ricordo, il suo volto, le sue parole. Vogliamo anche noi, oggi, ricordare questo nostro caro confratello vescovo alla luce del Vangelo che abbiamo proclamato e ascoltato.

 

       Con questo brano del Vangelo secondo Matteo termina la lettura del “discorso missionario” riportato nel capitolo 10. Abbiamo sentito alcune affermazioni paradossali di Gesù: egli non è venuto a portare la pace ma la spada e le divisioni nella famiglia; bisogna amare lui più dei nostri genitori; chi vuole conservare la propria vita mediante i propri calcoli, la perderà; è necessario caricarsi la croce sulle spalle per essere degni di lui.

La pagina termina, poi, con una lode rivolta a coloro che accolgono i missionari e gli evangelizzatori inviati da Gesù, anche se avranno dato soltanto un bicchiere d’acqua.

 

       Facendo eco al Magistero fecondo e intelligente del vescovo Nonis, desidero riportare una sua riflessione su questa pagina evangelica. Ecco le sue parole: «Come può Dio, che ha inciso sulla lapide del Sinai il quarto comandamento “onora il padre e la madre”, dire attraverso il Figlio suo, Gesù: “Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre la figlia da sua madre?” (Mt 10,35). Attraverso queste parole si tratta di stabilire una gerarchia nuova, di stabilire una priorità: prima viene Dio Padre che nello Spirito Santo manda il suo Figlio a noi, prima viene la Santissima Trinità e, alla luce di essa, vengono le persone e le cose, gli avvenimenti e le sventure; tutto ciò che ci aiuta a essere in Dio, a operare per Dio, merita di essere amato; tutto ciò che potrebbe frammettersi fra noi e la Trinità, tagliarci la strada, rendere difficile il cammino, tutto questo va considerato un pericolo, se non un danno aperto. Ecco perché Francesco di Assisi si toglie perfino le vesti e va a rifugiarsi sotto il manto del vescovo e dice al padre, Pietro di Bernardone: “io non ti chiamerò più padre”. È questo vangelo che viene messo in pratica. Ciò da cui il Vangelo ci invita liberarci, vale a dire le cose, i beni, non significa privarsi di qualcosa, ma prendere le distanze per perseguire, con vera libertà interiore, la presenza della grazia del Signore. Per questo fa da suggello al vangelo di oggi la sentenza “Chi non prende la propria croce non mi segue, non è degno di me” (Mt 10,38)».

 

       In questo brano, certamente Gesù non va contro le raccomandazioni alla pace, né va contro le beatitudini con le quali ha esaltato gli operatori di pace e i misericordiosi, né va contro il comandamento di amare i genitori. Quel che vuole affermare è che seguirlo comporta una certa violenza, un distacco deciso dalle cose e anche dalle persone: spade, divisioni in famiglia, opzioni radicali, rinunce a cose che apprezziamo, per conseguire altre che valgono di più. Già il vecchio Simeone lo aveva annunciato a Maria, la Madre di Gesù: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione» (Lc 2,34).

 

       La fede e la sequela di Gesù — se è autentica e coerente — non ci lascia in pace bensì ci pone davanti a opzioni decisive nella nostra vita. Non si tratta di rinunciare ad amare i familiari, si tratta di amare Dio, prima e al di sopra di tutto e di tutti. In questo contesto suona in modo molto appropriato un passo della “Regola” di San Benedetto: “nulla anteporre all’amore del Cristo”.

 

       Concludo con una preghiera che ho trovato in uno dei tanti libri di monsignor Nonis, intitolato La buona battaglia.

«Dio della pace, santificaci sino alla perfezione. Aiutaci affinché tutto ciò che è nostro, spirito anima corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Donaci la fedeltà che permette di chiedere “chi ci separerà dall’amore di Cristo?”, e di rispondere che noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Siamo infatti persuasi che né morte, né vita, né presente né avvenire, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore tuo, o Padre, in Cristo Gesù nostro Signore. Così chiediamo, perché questo crediamo, nel tuo Figlio, per la forza dell’amore tuo, lo Spirito Santo. Amen.
† Beniamino Pizziol


Vescovo di Vicenza