Diocesi di Vicenza
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(chiesa parrocchiale di Villaganzerla, 6 giugno 2019)
LITURGIA FUNEBRE PER DON GIUSEPPE ZANETTIN
(chiesa parrocchiale di Villaganzerla, 6 giugno 2019)






 

       Don Giuseppe Zanettin è passato da questo mondo alla Pasqua che non conosce tramonto. Il Signore lo ha chiamato a sé dopo un lungo periodo di sofferenza, vissuto nella fede e nell’abbandono fiducioso in Dio. È andato incontro a sorella morte con serenità, abituato com’era a parlare della morte con molta familiarità, senza veli.

       Don Giuseppe è stato una persona gioviale, allegra, per questo possiamo immaginare la sua vita e la sua morte come un pellegrinaggio verso Gerusalemme, la città della pace, così ben descritta dal salmo 121, uno dei più belli e appassionati “cantici delle ascensioni”: «Quale gioia, quando mi dissero, “andremo alla casa del Signore!”. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: “su di te sia pace. Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene”». Vogliamo pensare nel cuore e sulle labbra di don Giuseppe questo saluto di pace, rivolto a ciascuno di noi, ai fedeli di cui si è preso cura nel suo ministero pastorale e soprattutto rivolto ai fratelli ammalati, suoi compagni di strada, che ha servito con tanto affetto e gioia.   E — all’addio finale che il pellegrino rivolge al Tempio — alla pace si aggiunge il bene: «chiederò per te il bene» (Sal 121,9). Si ha così, in forma anticipata, il saluto francescano: “Pace e bene”: tutti noi abbiamo un po’ di anima francescana.

 

       Don Giuseppe fu ordinato presbitero il 25 giugno del 1961 dal vescovo Carlo Zinato. Esercitò il ministero come vicario cooperatore ad Anconetta, a Santa Maria Bertilla in Vicenza e a Maddalene; poi, come parroco, ad Agugliana, Crespadoro e Campiglia dei Berici. Fu collaboratore pastorale nella cappellania dell’Istituto “Salvi - Trento - Parco Città” di Vicenza per quasi vent’anni. Ha concluso la sua esistenza terrena presso la nostra RSA “Novello - San Rocco”, martedì scorso, 4 giugno.

 

       Nel brano della Lettera ai Colossesi, l’Apostolo Paolo ci invita a rivestirci di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di magnanimità. Nel linguaggio biblico l’abito è il simbolo delle opere che manifestano all’esterno le disposizioni interiori, le scelte del cuore. Ma non è completa la descrizione dell’abito del cristiano, perché occorre cingersi con un vincolo che dà senso e solidità a tutto il resto, e questo vincolo è la carità. Essa non si riduce a un vago sentimento ma si manifesta come un costante atteggiamento di servizio ai fratelli, nella disponibilità a sacrificarsi per loro.

 

       Don Giuseppe si è rivestito di questa veste nell’esercizio del suo ministero, nelle diverse comunità in cui è stato inviato. Ecco come lo descrive un suo confratello che lo ha conosciuto bene: “Era un uomo umile, discreto, non ha mai voluto interferire nella vita della parrocchia d’origine dove abitava. Al mattino partiva presto da Villaganzerla per andare a celebrare la santa messa con i suoi malati all’Istituto “Salvi” a Vicenza. Tra questi fratelli e sorelle anziani e ammalati si sentiva come uno di loro, anch’egli anziano e ammalato da molti anni. Sentiva che la sua presenza tra i malati era benefica, incoraggiante, proprio perché anche lui era così”.

 

       Nella seconda parte del brano della Lettera ai Colossesi sono indicati anche i mezzi per costruire e mantenere l’armonia tra i credenti: «La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza» (Col 3,16). È l’invito a meditare insieme il Vangelo, con regolarità, per entrare in comunione con Dio e con i fratelli. Don Giuseppe, infatti, era molto apprezzato per le sue prediche sapienziali, ricche di piccoli aneddoti, da cui sapeva trarre insegnamenti evangelici molto vicini alla vita della gente.

 

       Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci fa capire che ci possono essere adesioni deboli e fragili a Cristo, dettate dall’emozione o dall’entusiasmo momentaneo, c’è invece un attaccamento duraturo che nessuna forza avversa è capace di infrangere. Questa adesione salda e decisa viene espressa da San Giovanni con il verbo “rimanere”. I discepoli di Gesù possono divenire nel mondo un riflesso di questa unione tra loro solo se “rimangono” nel suo amore e osservano i suoi comandamenti: «Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». In queste parole e in queste immagini si percepisce molto forte il richiamo all’Eucaristia, il Sacramento dove si celebra e si realizza questa unione intima con il Signore: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui».

 

       Don Giuseppe, per oltre 58 anni, ha predicato la Parola di Dio, aiutando i fratelli a vivere in modo convinto e stabile secondo la fede. Finché le forze glielo hanno consentito ha celebrato l’Eucaristia. E noi crediamo nella potenza della Pasqua di Gesù, capace di farci passare dalla morte alla vita senza fine.

       Don Giuseppe amava la vita, riteneva che ogni giorno fosse un dono, un regalo. L’unico atteggiamento, diceva, è l’abbandono e la fiducia in Dio. Purificato da una lunga sofferenza, specie negli ultimi anni, ora lo pensiamo tra le braccia misericordiose di Dio.

 

       Preghiamo per lui, affidiamolo alla Vergine Maria, la nostra Madonna di Monte Berico, ai Santi e ai Beati della nostra Chiesa. Amiamo pensare che quanti da lui sono stati aiutati a camminare sulle strade della fede e lo hanno preceduto nella pace del Signore, oggi gli vengono incontro per condurlo al Padre, nella sua dimora di luce e di pace.

 

       Tutti insieme preghiamo il Signore perché doni alla nostra Chiesa la grazia di sante vocazioni al Sacramento del Matrimonio, alla Vita Consacrata e al Ministero Sacerdotale. Amen.

 
† Beniamino Pizziol


Vescovo di Vicenza