Diocesi di Vicenza
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Giovedì 31 Maggio 2018
La Tredicina a Sant'Antonio   versione testuale
L'Omelia del Vescovo Pizziol al Santo di Padova






 

Giovedì 7 giugno la diocesi di Vicenza ha partecipato con il vescovo Beniamino nella Basilica del Santo di Padova alla preghiera della tredicina.

Ecco il testo della sua Omelia:

SANTA MESSA PER IL PELLEGRINAGGIO DIOCESANO AL SANTO DI PADOVA NEL CORSO DELLA “TREDICINA”

(Padova, Basilica di Sant’Antonio, 7 giugno 2018)

        Un saluto cordiale e fraterno a voi, carissimi pellegrini della diocesi di Vicenza e a voi — pellegrini tutti — convenuti in questa basilica da tante parrocchie della Regione Ecclesiastica Triveneto.  Un saluto affettuoso va ai cari Frati Minori Conventuali, ai sacerdoti, ai diaconi, ai consacrati e alle consacrate, e agli amici ascoltatori di Radio Oreb. In questo anno pastorale che sta volgendo al termine, le nostre comunità cristiane adulte sono state invitate da Papa Francesco a riflettere, a pregare, a dialogare insieme ai giovani (dai 18 ai 30 anni) in vista del Sinodo che si svolgerà nel mese di ottobre a Roma, che ha per tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. La diocesi di Padova che ci accoglie questa sera nella basilica di Sant’Antonio, aveva già iniziato un Sinodo proprio sui giovani, con i giovani, per i giovani, i cui frutti il vescovo Claudio non mancherà di offrire alle nostre Chiese del nord-est e del nostro paese e al Sinodo dei Vescovi della Chiesa cattolica. Anche la nostra diocesi di Vicenza ha lavorato molto per i giovani e con i giovani, guidati dalla Pastorale Giovanile e da quella Vocazionale, vivendo ora — in questa terza fase dell’anno pastorale — l’esperienza del pellegrinaggio. Per questo, desidero salutare con affetto e gratitudine tutti i giovani che hanno partecipato a questo pellegrinaggio e che partecipano ora a questa solenne Celebrazione Eucaristica. Con voi e per voi vorrei riflettere sulla figura di Sant’Antonio come maestro di sapienza. La città del Santo, Padova, è caratterizzata da una particolare presenza, quella di una storica, antica e famosa Università degli Studi, con una qualificata presenza della Facoltà Teologica del Triveneto, dell’Istituto di Liturgia pastorale, dell’Istituto teologico Sant’Antonio Dottore e di altre importanti istituzioni culturali, civili ed ecclesiastiche.

       Mi sono chiesto: che cosa ci può insegnare, a distanza di otto secoli, il grande Sant’Antonio di Padova, maestro di sapienza e illustre dottore di teologia?

       Ho trovato illuminante un passaggio dell’Esortazione Apostolica di Papa Francesco sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo Gaudete et exultate. Scrive al numero 46: «Quando Francesco d’Assisi vedeva che alcuni dei suoi discepoli insegnavano la dottrina, volle evitare la tentazione dello gnosticismo. Quindi scrisse così a Sant’Antonio di Padova: “Ho piacere che tu insegni la Sacra Teologia ai frati, purché, in tale occupazione, tu non estingua lo spirito di orazione e di devozione” (Lettere a Frate Antonio, 2; FF 251)». Questo monito del Santo di Assisi ad Antonio di Padova è più che mai attuale e importante anche per gli uomini e le donne del nostro tempo; e in modo particolare per tutti coloro, laici o religiosi, che hanno il compito dell’insegnamento, della trasmissione del sapere teologico, alle nuove generazioni.  Ma che cos’è lo “gnosticismo”? È una parola difficile che cerco di spiegare in modo spero comprensibile. Lo gnosticismo suppone una fede che pretende di risolversi in una serie di ragionamenti e di conoscenze che fanno credere al soggetto di essere autosufficiente, capace di possedere e di dominare Dio, attraverso la sua ragione. Mentre noi sappiamo che, grazie a Dio, lungo la storia della Chiesa è risultato molto chiaro che ciò che misura la perfezione delle persone è il loro grado di carità, non la quantità di doti e di conoscenze che possono accumulare. (Per chi vuole approfondire ulteriormente questo fenomeno che Francesco chiama “sottile nemico della santità”, può far riferimento ai numeri 36-46 dell’Esortazione Apostolica citata). Antonio è stato proclamato Santo a tempo di record (meno di un anno dopo la sua morte) non a causa di numerosi prodigi o miracoli, e neppure per la sua conoscenza straordinaria della teologia e della dottrina della Chiesa, ma perché ha costituito un modello esemplare di sequela a Cristo, e perché ha testimoniato con la propria vita le Beatitudini evangeliche.Durante la sua vita ha avuto come unico punto di riferimento il Vangelo, ha studiato e predicato la Parola di Dio, sull’esempio del Maestro ha amato e difeso i poveri, non si è inchinato di fronte ai potenti, ha denunciato con coraggio le ipocrisie, gli scandali e la vita poco esemplare di tanti cristiani e dei loro pastori. Le Letture di oggi, poi, ci dicono da dove Antonio ha tratto la forza di ispirazione per la sua vita, per la predicazione e per la testimonianza della carità Si legge nel brano del Libro del Siracide: «L’uomo sapiente mediterà sui misteri di Dio, come pioggia spanderà la sua sapienza». Se vogliamo recuperare il vero Antonio dobbiamo rilevare che gli era, anzitutto, un innamorato della Parola di Dio, un uomo ricolmo dello Spirito di intelligenza, uno che dedicava la sua vita alla riflessione sui misteri di Dio. Egli aspirava solamente a vivere in modo autentico il Vangelo che aveva appreso. Si rifaceva spesso al racconto evangelico di Marta e Maria (Lc 10,38-42) per richiamare la necessità di far precedere ogni scelta, ogni azione, ogni impegno caritativo dall’ascolto della Parola di Dio. I temi preferiti della sua predicazione erano l’amore di Dio, la preghiera e l’amore per i poveri. La Lettura del Siracide si conclude con una solenne promessa: «Colui che coltiverà la sapienza di Dio e la annuncerà agli uomini verrà sempre ricordato». L’immenso numero di devoti di Sant’Antonio testimonia quanto sia vero che l’onore viene attribuito a chi ha coltivato e incarnato la sapienza del Vangelo! Il Vangelo che abbiamo ascoltato afferma che il credente in Cristo è sale della terra, anche nel senso che, con la sua presenza, impedisce la corruzione, non permette che la Chiesa e la società non degradino fino al disfacimento. Antonio adottò spesso toni severi ed energici quando si è trattato di denunciare i vizi e le sue parole contro gli avari, i lussuriosi, i rapinatori bruciavano come sale sulle ferite. Il Vangelo dice ancora: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli». Antonio ebbe sempre il timore che qualcuno, ammirato per la sua abilità oratoria, fissasse lo sguardo su di lui invece che su Cristo. L’esempio del Santo, in questo modo, diventa un richiamo molto attuale per tanti cristiani di oggi, sempre tentati di attirare su di sé i riconoscimenti degli uomini. Voglio concludere con le stesse parole che Antonio soleva ripetere ai preti, ma possono benissimo essere applicate anche ai diaconi, ai consacrati e a tutti i battezzati: «Per predicare santamente è necessario vivere santamente. Se il predicatore deve infondere il pentimento nel cuore del peccatore, deve prima coltivare in se stesso il distacco dalle cose terrene e superflue, deve praticare le virtù ed essere misericordioso e paterno». Capiamo bene, allora, che Antonio non è stato solo un eccellente predicatore, ma è un Santo che ha testimoniato con la vita la fede che proclamava.